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Verso le periferie esistenziali

 

periferie esistenziali

CUSTODIRE L’UMANITA’ Verso le periferie esistenziali

Il tema scelto – custodire l’umanità verso le periferie dell’esistenza - riprende quanto il Santo Padre Francesco ha annunciato all’inizio del suo Pontificato. Come discepoli per grazia, ma anche in quanto persone, siamo chiamati a prenderci cura dell’umanità là dove vive. Ebbene, ci si addentra nelle periferie – termine riccamente evocativo – non con una strategia di assalto, ma con la temperatura del cuore. Siamo qui per questo: ogni altra ottica sarebbe offensiva. Ma che cosa sono le “periferie”? Da un punto di vista sociologico sono i luoghi fuori dal “centro” della città; in senso più ampio, lontani dal potere, dagli apparati delle decisioni. Ma, intermini più radicali e universali, le periferie sono i luoghi e le situazioni di lontananza dal centro più profondo dell’umano che è la verità, l’amore, la giustizia. Quando si vive vicini a questo centro allora si è centrati, e le altre distanze sociologiche diventano secondarie. Viceversa, quando siamo decentrati rispetto al bene e alla verità, all’amore e alla giustizia, allora vivere nel centro del potere, del successo, della salute, non cancella il nostro essere dolorosamente periferici rispetto a ciò che vale. Quando non ci sono i sensori giusti, allora le distanze sono ancora più radicali perché non ci si rende conto. Ecco perché, senza per nulla omologare le diverse periferie, dobbiamo riconoscere che tutti possiamo trovarci in qualche periferia pericolosa o dolorosa della vita, e quindi abbiamo bisogno tutti di essere custoditi e di custodire. Potremmo dire che le periferie dell’umano sono innanzitutto le periferie dell’anima: l’assenza di luce, di senso, la solitudine e l’angoscia, le paure e la delusione di se stessi, il non essere riconciliati con sé o con altri; ma anche vivere nelle ombre del male morale, della chiusura dell’anima, nel rancore e nell’invidia... E poi ci sono le periferie dell’esistenza come le famiglie ferite, i rapporti interrotti, la malattia e la morte...E infine le periferie sociali della povertà e della disoccupazione, della gente che non conta nella logica del potere e dell’efficienza, coloro che non hanno, di fatto, socialmente rilievo.

1. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico” La parola del buon Samaritano ci aiuta ad entrare nelle periferie degli uomini con il passo del Vangelo. In quell’uomo sventurato sul ciglio della strada, percosso e depredato dai briganti, leggiamo il nome di chi – agli occhi propri o degli altri – è senza nome. Ma innanzitutto leggiamo la storia dell’umanità nel suo faticoso cammino di luci e ombre, attese e delusioni, conquiste e sconfitte, promettenti aperture e amari ripiegamenti. La modernità ha raggiunto una particolare coscienza della dignità piena e universale dell’uomo, ma nello stesso tempo sembra che ci abbia lasciato la più grande controversia della storia: quella sull’uomo. Possiamo dire che ha maturato un forte senso della dignità della persona, ma fa fatica a mettere a fuoco l’identità della persona. Una visione umana immanente, separata cioè dal suo Principio, fa dell’uomo un frammento di tempo senza futuro, una scintilla destinata a spegnersi nello spazio di un giorno. Come non pensare alla intuizione poetica di tanta parte della letteratura che ha dato espressione – a volte tragica – a questo visione? Il vero Samaritano dell’umanità è Dio, e Gesù nella parabola descrive se stesso: “Ancor oggi – canta la Liturgia – come buon Samaritano (Cristo) viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito, e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione il vino della speranza” (Prefazio VIII).

2. “Lo vide” Il Maestro poteva presentare subito il buon esempio del Samaritano, e invece presenta anche quello cattivo dei due uomini che, in ragione del loro compito religioso, avrebbero dovuto essere particolarmente pietosi e pronti nel farsi prossimo. Perché? Possiamo pensare al richiamo ad essere vigilanti: nessun ruolo, infatti, è garanzia di una religiosità autentica e di una carità secondo il cuore di Dio, se ciascuno non coinvolge il suo cuore. Il credente per primo ha sempre bisogno di conversione e salvezza: anzi, quanto più l’uomo ha la grazia della fede, tanto più deve implorare su di sé la misericordia e vigilare sulla propria fragilità. I due viandanti che precedono il Samaritano vedono, ma girano lo sguardo altrove: succede quando non vogliamo coinvolgerci, quando non vogliamo “perdere” tempo perché abbiamo premura, abbiamo molte cose da fare. E’ una fuga all’interno dell’io, dove pensiamo di trovare riparo dai fastidi del mondo esterno, un ripiegamento su noi stessi. Ma – ciò che è peggio – i due avrebbero potuto non vedere realmente il malcapitato: ciò è possibile quando il non-vedere non è un atto voluto per egoismo, ma è un atto spontaneo, frutto di una abituale miopia dello sguardo e di una sclerosi del cuore. Allora non si vede più, con ci si accorge più di tutto ciò che disturba i propri programmi, le abitudini, le sicurezze: gli altri perdono consistenza, diventano invisibili, come se vivessero ormai sotto il livello della nostra attenzione. L’esempio della Madonna è illuminante: dopo che ha incontrato l’angelo di Dio, si è messa in viaggio verso la cugina Elisabetta che aveva bisogno di lei. Elisabetta non aveva chiesto nulla, ma Maria – a distanza - l’aveva vista con lo sguardo del cuore. Se il credente tiene gli occhi della fede puntati su Gesù, se nella preghiera incontra veramente Cristo e non se stesso, allora l’invisibile Dio dell’amore lo sospinge ad amare i fratelli che vede. Cristo è lo sguardo di Dio verso i suoi figli, e chi guarda Cristo vede i fratelli con i suoi occhi.

3. “Ne ebbe compassione e gli si fece vicino” Vedere le sofferenze non significa commuoversi. Esiste un vedere insistente che rivela più la curiosità che la partecipazione. Lo sguardo del Samaritano muove l’anima e gli fa riconoscere nell’altro non uno sconosciuto, ma un uomo come lui sul cammino difficile e insidioso della vita. Apre il cuore alla decisione: quella di condividere la sventura, di entrarci dentro senza timore di sporcarsi, di perdere qualcosa del proprio tempo e della vita. Egli sente male al proprio petto e assume il destino dell’altro. In questo movimento come non vedere il cuore di Dio che si commuove per ogni uomo ferito e senza speranza? Cristo è il cuore di Dio: in Lui la misericordia viene svelata e offerta al mondo. L’ avvicinarsi fisico esprime il cammino dell’anima, implica uscire da sé, dal proprio io per farsi vicino al tu dell’altro. E’ un esodo che prolunga l’esodo, la kenosis del Figlio di Dio. Il Samaritano, prima con il cuore che con i passi, vede in quel corpo spogliato e percosso ciò che sembrava scomparso: la sua umanità. Senza quei passi il malcapitato non avrebbe conosciuto ciò che era successo nel cuore del samaritano: i buoni sentimenti sarebbero rimasti delle interiori risonanze di simpatia verso la sofferenza altrui, ma non in grado di dettare comportamenti coerenti. E’ la legge dell’uomo: egli non è puro spirito né solo corpo, ma è quella unità inscindibile e feconda di “spirito incarnato” che costituisce un soggetto responsabile di sé, bisognoso della comunione con gli altri, limitato eppure aperto all’infinito, tanto che nessun bene terreno lo può soddisfare, malato di nostalgia, quella di Dio. I passi del Samaritano sono i passi di Gesù che percorre le vie dell’infinito per raggiungere l’uomo ai bordi delle strade. Possiamo dire che Cristo è il grande “passo” che congiunge il cielo e la terra: in Lui, infatti, non è soltanto l’uomo a cercare Dio, ma è Dio che viene in persona a cercare l’uomo. La fede permette di scoprire che l’altro non è solo un mio simile o qualcuno che mi può essere utile: “la fede ci insegna a vedere che in ogni uomo c’è una benedizione per me, che la luce del volto di Dio mi illumina attraverso il volto del fratello” (Papa Francesco, Lumen fidei, 54).

Personalmente ritengo che, nel nostro Paese, non vi sia coincidenza tra la società e la cultura. Esiste una cultura chiassosa e supponente che, avvalendosi di batterie pesanti, vuole imporre una visione della persona e della società puntiforme, e capovolge il vocabolario dell'umano così che le parole più belle e sacre - anche laicamente perché fondative come amore e libertà, famiglia e vita - sono ridefinite in chiave individualista. La persona è un individuo non assoluto, cioè sciolto da tutto, ma è in relazione, cioè soggetto di legami che non mortificano - come si vorrebbe far credere - ma che sono la condizione di possibilità perché ognuno sia veramente libero e se stesso. Il virus dell’individualismo concepisce l'uomo come un "punto", un "io" slegato da tutto e da tutti. Ma così – rincorrendo l’autonomia assoluta – egli si imprigiona in se stesso, si condanna alla solitudine, e la società sarà puntiforme, povera di relazioni. E non è forse questo – la solitudine e l’angoscia - il nucleo di ogni follia, e di ogni violenza? Tutt'al più si creano rapporti necessari per non morire, dentro ai quali ognuno si rinchiude come in un fortino che nulla, in realtà, può difendere. Viene da pensare a quanto anticipava Nietzsche quando l’uomo folle annuncia che Dio è morto: “Siamo stati noi ad ucciderlo (...) Come potemmo svuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? (...) Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo noi vagando come attraverso un infinito nulla?” (La gaia scienza, libro III, aforisma 125). Ma se ci guardiamo attorno, oltre la coltre pur vera della cronaca, ci sta il Paese reale, la grande maggioranza della gente che vive una cultura potremmo dire “silenziosa” ma ancora radicata, che crede nella persona come relazione e nella libertà come responsabilità; che vuole una società come rete di rapporti solidali, come comunità di vita e di destino. La gente che ha il senso della famiglia, che ha l’istinto della vita come dono e mistero, la famiglia come grembo stabile di vita e palestra di umanità, come riferimento certo e affidabile. C’è la gente che sente il proprio dovere come punto d’onore, che si guadagna la giornata con dignità e sacrificio, che si dedica ai propri vecchi, che vede nella morte non il nulla ma il compimento del vivere. I limiti e le ombre ci sono e non poche, ma – se guardiamo la gente “comune” – vediamo una moltitudine di eroismo silenzioso, umile e dignitoso che non fa notizia, ma costruisce la storia e garantisce la coesione sociale. Questo tessuto, che non appare, meriterebbe la ribalta non per se stesso ma per incoraggiare tutti, per richiamare con vigore dalle illusioni della vita facile e gaudente, per liberarsi dai miti dell’apparire e del potere, e per orientare il Paese in tempi di sbandamento. Anche il senso del vicinato ancora resiste, quel vicinato dove ognuno conosce ed è conosciuto. E dove anche la chiacchiera – quando non scade – è segno di interesse, e dice che nessuno è invisibile. In tale visione “la cultura dell’incontro”, di cui parla il Santo Padre, può affermarsi sulla “cultura dello scarto”, e il “prendersi cura” gli uni degli altri è possibile. Ma, come ogni patrimonio, anche questo modo di vivere e di pensare non è permanente e al sicuro: tutto è affidato alla responsabilità di tutti e di ciascuno. Ecco perché è doveroso che le moltissime voci diventino una sola voce e questa si levi con rispetto e convinzione per amore di tutti, perché l’individualismo non prevalga e renda i poveri sempre più poveri, e i senza voce invisibili: “Il senso unitario e completo della vita umana che il vangelo propone è il miglior rimedio ai mali della città...Vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza, in qualsiasi cultura, in qualsiasi città, migliora il cristiano e feconda la città” (Papa Francesco, Evangeli gaudium, n. 75). In questo senso, possiamo dire che l’Italia è nel guado e non può illudersi.

4. “Si prese cura di lui” In questa espressione Gesù riassume alcuni gesti che il samaritano compie e che vengono raccontati dal Vangelo: “gli fasciò le ferite versandovi olio e vino...caricatolo sul suo giumento lo portò alla locanda...estrasse due denari e li diede all’albergatore...ciò che spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno”. Veramente il samaritano si prende cura, perché pensa a tutto: non solo al presente, ma anche al futuro. La vita dell’uomo, infatti, non è circoscritta a pochi momenti, ma dura nel tempo. La carità cerca di guardare lontano. Nel gesto di portare il poveretto alla locanda e di affidarlo alle cure di altri, il samaritano riconosce che non si può fare tutto da soli. Non basta la buona volontà per condividere situazioni difficili e assumerle. Dopo un primo immediato intervento, è necessario il coinvolgimento di altri, della comunità cristiana. Nella locanda dove viene trasferito e affidato il ferito, possiamo ravvisare il seno materno della Chiesa: senza venir meno a interventi immediati secondo le necessità, dobbiamo sempre più puntare a interventi organici, mirati e verificati. Ascoltiamo le parole di Sant’Agostino: “La Chiesa, o fratelli, è quaggiù un albergo per viandanti, poiché in essa ha cura di chi è ferito”. Ma vi è anche un altro gesto che non possiamo perdere: il samaritano dichiara di voler rifondere al suo ritorno quanto verrà speso in più per le cure necessarie. L’aver cura iniziale si trasforma, nella sequenza dei gesti, nell’aver caro il ferito, nel prenderlo a cuore. La fedeltà costruisce la vita. Che cosa sarebbe la nostra vita se non fossimo custoditi dalla fedeltà di qualcuno? Gabriel Marcel ha visto nell’esperienza della fedeltà il segno più evidente della presenza di Dio nella storia. Dove incontriamo la fedeltà, infatti, la voracità del tempo è vinta e appare uno spiraglio di eternità. Ritorna la persona di Gesù: in Lui risplende la fedeltà del Padre che ci ha presi a cuore uno per uno: e proprio perché siamo custoditi possiamo custodirci gli uni gli altri. 5. “Versò olio e vino” Il samaritano è entrato nella logica del “noi”, che è la logica della compassione e della condivisione. E usa i rimedi propri della sua tradizione che la Liturgia interpreta parlando dell’ “olio della consolazione e del vino della speranza”. L’olio della consolazione riguarda il presente di tanti che si trovano ai bordi della strada, nelle periferie della vita e della società. In che cosa consiste in concreto? Ogni gesto, ogni intervento – singolo o comunitario, occasionale o organizzato – ha un’anima, traduce una stessa parola, un fondamentale messaggio per chi lo riceve: non sei solo, sono con te, siamo con te. La prima consolazione non è la risposta al bisogno, ma sapere che non si è soli nella sventura anche se – a volte – la sventura ha creato una sorta di paralizzante complicità tra il povero e la sua indigenza, come descrive acutamente Simone Weill. Il vino della speranza possiamo dire riguarda il futuro. Il prendersi cura di qualcuno non significa solamente entrare discretamente nelle sue ferite, e dirgli “non sei solo”, ma significa dirgli anche “ho fiducia in te”; fargli sentire che conta, che non è un oggetto, un problema, un inciampo, ma qualcuno.

Le nostre giornate sono piene di speranze buone: la salute, l’amore, il lavoro, la casa, la crescita dei figli, il pane quotidiano...tutto ciò è desiderabile e necessario, ma insufficiente. Ci vuole una grande speranza perché anche le piccole speranze acquistino la loro vera luce e il giusto significato. Si tratta di una speranza che, potremmo dire, precede ogni altra speranza, qualcosa di originario che si pone a fondamento di ogni prospettiva particolare, di ogni desiderio e attesa. Senza questa, tutto il resto diventa una sequenza di punti, di problemi contingenti da risolvere per vivere giorno per giorno senza nulla attendere di più grande e bello. Si tratta di una speranza fondamentale perché riguarda non un bene parziale della nostra vita, ma la vita stessa nella sua globalità. E’ la speranza di non sbagliare la vita, di non perdere la partita unica e irripetibile della nostra esistenza: di essere veramente noi stessi. La grande e definitiva speranza – lo sappiamo – è Cristo; è Lui l’olio della consolazione e il vino della speranza. Le opere di carità bisogna farle e farle bene, con cura, affinché l’altro si senta custodito: in questo senso subentra la bellezza con i suoi molteplici linguaggi. L’ambiente, la tavola, i modi, gli abiti,...tutto ciò che il povero incontra deve essere efficiente e puntuale, ma non squallido: la bellezza – fatta di ordine, pulizia, garbo...- nutre quanto il pane. Sentire che qualcuno ha fiducia in noi vuol dire ritrovare il futuro di cui le circostanze ci avevano espropriato, significa raccogliere energie dormienti, far rifiorire il coraggio, la forza di guardare avanti dicendosi: ce la posso fare! E. Mounier scriveva che “io tratto il prossimo come un oggetto quando lo tratto come un assente, un repertorio di dati di cui servirmi (...) quando lo catalogo arbitrariamente, ciò che, ad essere precisi, significa disperare di lui” (Il Personalismo, AVE 1978, pag. 52). Trattarlo, invece come soggetto, significa invece fargli credito, avere fiducia che possa superare la notte e sorga il giorno anche per lui. Il Signore Gesù versa sui nostri peccati il vino della speranza nella forma della misericordia e del perdono, ci fa sentire che non siamo uno schedario da conoscere e poi chiudere inesorabilmente, ma una persona che nessun uomo può esaurire nel suo mistero e che solo Dio conosce fino in fondo. Per questo si può gustare la gioia, almeno come promessa e come pegno. Vorrei chiudere queste considerazioni con quanto il gesuita tedesco P. Alfred Delp, giustiziato dai nazisti, scriveva: “Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è l’adorazione”. Non è sufficiente che la società assicuri agli uomini la libertà, il benessere e lo svago; l’uomo è desiderio di vivere e avrà sempre bisogno di conoscere il senso ultimo e definitivo della sua vita. Per questo, custodire l’umanità, andando verso le periferie esistenziali, non sarà veramente possibile senza offrire – oltre il pane nelle sue molteplici forme – il pane dell’anima, un barlume di cielo, uno spiraglio sul senso del nostro peregrinare. Come non rileggere le parole di André Gide? “Non perché mi sia stato detto che tu eri il Figlio di Dio ascolto la tua parola; ma la tua parola è bella al disopra di ogni parola umana, e da ciò riconosco che sei il Figlio di Dio”.

Cardinale Angelo Bagnasco Arcivescovo di Genova Presidente della Conferenza Episcopale Italiana,

Assisi 29.11.2013 Convegno della Regione Conciliare Umbra

Ultimo aggiornamento (Sabato 22 Novembre 2014 13:00)